Maurizio Delladio

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nov 122011
 

di Giuseppe Giulietti

Nel centro sinistra è già scoppiato un acceso dibattito sull’eventuale voto da dare ad un eventuale governo presieduto da Mario Monti. Il Pd sarebbe per il sì, Di Pietro per il no, Vendola è più possibilista e valuterà in relazione a ciò che Monti deciderà di fare. Comprendiamo la natura della discussione, ma forse sarebbe stato e sarebbe meglio attendere la effettiva e acclarata caduta di un governo che, ricordiamolo, è ancora in carica.

Forse in queste ore sarà il caso di darsi qualche pizzico sulla pancia e di non fornire pretesti a chi vorrebbe prolungare questa penosa e terribile agonia che ha trascinato l’Italia oltre l’orlo del fallimeto economico, per non parlare di quello etico e politico.

Quando Berlusconi, forse domenica, sarà caduto definitivamente, allora sarà doveroso aprire la discussione, ma anche qui con l’obiettivo di costruire una posizione largamente condivisa e che, ancor prima di dividersi sui sui sì e sui no, affronti i nodi del programma e chieda a Monti di pronunciarsi sulle questioni essenziali.

  • Termineranno gli assalti alla Costituzione, alla legalità repubblicana, allo statuto  dei lavoratori?
  • Saranno rispettati i risultati referendari?
  • Sarà dimezzato il numero dei parlamentari e soppresse le province?
  • Sarà introdotta la patrimoniale?
  • Saranno tassati i capitali “scudati” rientrati con il condono tombale?
  • Saranno messi da parte i parlamentari sotto inchiesta o già condannati, anche se dovessero annunciare il loro voto favorevole al governo Monti?
  • Sarà dato un sostegno pieno e immediato a chi contrasta mafia e camorre?
  • Saranno tagliate le spese militari e bloccata la inutile costruzione dei nuovi cacciabombardieri?

continua a leggere su Articolo 21 – Le nostre domande.

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ago 032011
 

Scopro solo adesso, dalla lettura di un libro di Telese, di un aneddoto occorso a Giorgio Almirante & c. nel lontano 1973.
Il luogo è quel tanto frequentato autogrill di Cantagallo, nei pressi di Bologna, tappa quasi obbligata di coloro che si recano magari in vacanza sulle Dolomiti e si trovano a fare una sosta in autostrada, proprio in questo autogrill a circa metà percorso. Ed è qui che si fermò Almirante insieme a moglie ed autista per mangiare e fare benzina. Ma non riuscì a fare né l’uno né l’altro perché i lavoratori della struttura incrociarono le braccia proclamando uno sciopero estemporaneo…
Una situazione quasi “tenera” ma che da’ la misura di come purtroppo, non solo in quella regione, le cose siano cambiate e di come stia diventando evanescente l’avversione al fascismo ormai sempre più diluito nella nostra memoria. Ovviamente, come spesso accaduto, “l’onta dell’offesa” subita da Almirante fu lavata attraverso una missione squadrista…
Da quell’episodio nacque questa canzone.

L’altro giorno sull’autostrada
sul versante che porta a Bologna
viaggiava un topo di fogna
affamato voleva mangiar

arrivato che fu al Cantagallo
ha di fronte un bel ristorante
memo male pensava Almirante
così almeno potremo mangiar

tutti fermi le braccia incrociate
non si muove nessun cameriere
niente pranzo per camicie nere
a digiuno dovranno restar

torna in macchina il boia Almirante
e si appresta a fare benzina
ci spiace quest’auto è missina
e cominciano a scioperar

questa storia esemplare è finita
ma rimane nella mente e nel cuore
di chi lotta contro i fascisti
con i fatti e non a parole

L’altro giorno sull’autostrada
sul versante che porta a Bologna
viaggiava un topo di fogna
a digiuno dovette restar

20110803-075325.jpg

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giu 262011
 

Non è sempre facile capire che cosa vuole dire esattamente Tonino Di Pietro. Tentando la traduzione dall’italiano all’italiano, diciamo che è toccato a lui, dopo la felice parentesi del voto amministrativo e del referendum, riportarci alla realtà di sempre. E la realtà di sempre è che la politica la fanno i politici, disponendo dei nostri voti come gli pare più opportuno, usandoli per litigare o per riaffermare una leadership o per ammonire un rivale (Vendola) anche quando nemmeno uno di quei voti gli era stato dato per quei fini.

È durata poco l’illusione che un elettorato vasto e unito, molto poco interessato alle beghe di partito, fosse davvero riuscito a “dettare l’agenda” al centrosinistra, e dunque, in primo luogo, a mettere in guardia i suoi leader sull’insopportabile propensione alle meschinità di bottega. Di Pietro ha chiuso la pagina delle illusioni e riaperto quelle delle certezze. Litigheranno, così come hanno sempre litigato. Dimenticheranno di avere vinto i referendum per merito quasi esclusivo dei comitati per l’acqua pubblica (oscuri, valorosi cittadini).

Dimenticheranno di avere vinto le amministrative perché (quasi per puro caso) le loro liti sono state messe in second’ordine da candidati di valore e da un vero e proprio moto popolare. Di Pietro ha il merito di averci evitato un’illusione troppo duratura.

Da La Repubblica del 26/06/2011.

via L’AMACA del 26/06/2011 (Michele Serra). « Triskel182.

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giu 052011
 

di Alberto Asor Rosa
Due, tre giorni dopo il terremoto dell’ultima consultazione amministrativa, il Cavaliere era di nuovo in giro fra i potenti della terra a mostrare con l’ostentazione del suo immarcescibile sorriso (in verità sempre più macabro) e con le pacche distribuite sulle spalle di Biden e di Medvedev che nulla era cambiato, che si andava avanti senza neanche guardarsi intorno, che la forza era ancora dalla loro parte. L’incoronazione del figlio prediletto, Angiolino Alfano, a Segretario (!) del Pdl colorava d’una tinta decisamente comica i lineamenti di quello che vorrebbe forse essere un lento e magari contrattato declino (come per l’amico Gheddafi non è da escludere che si pensi a un’uscita di scena con salvacondotto giudiziario e conservazione integrale del patrimonio male acquisito).

viaIL MANIFESTO.

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mag 102011
 
Trovo indecente che il maggiore partito della sinistra italiana sia come di consueto incapace di affermare una visione alternativa allo scempio che stiamo vivendo.

Non amo seguire i salotti televisivi dove sembra che si scontrino i guitti della nostra politica. Ma volente o nolente ci cado spesso. Ed è la volta di Ballarò, dove sono costretto ad assistere alla contrarietà bersaniana alla patrimoniale.

E’ scandaloso! La disoccupazione avanza inesorabile, il precariato è il comune denominatore delle nuove generazioni, i contratti scadono e non vengono rinnovati se non penalizzando i lavoratori con l’ausilio di talune sigle sindacali che non si capisce da che parte stiano e quale sia il loro ruolo… E redigere questo elenco disperato è addirittura fastidioso.

E’ evidente che l’unica soluzione, quantomeno di sopravvivenza, è proprio la riforma di un sistema fiscale che certo al momento non garantisce in alcun modo un’equità sociale. Un’equità che non può non prevedere il recupero dell’evasione fiscale e con questa anche una rivisitazione dei tassi cui sono assoggettati i patrimoni. Mi sembra che questo “governo”, con il rientro dei capitali illegalmente trasferiti all’estero, abbia già fatto discutibili regali a chi in questa drammatica situazione continua a godere di un profitto che non è più concesso ad altri.

Sono stanco di un clima preelettorale dove dei cialtroni miranti al solo consenso dei votanti giocano a stare col piede in due staffe per non perdere elettori. La situazione vergognosa in cui oggi si trova la sinistra italiana è dovuta proprio alla mancanza di chiarezza di intenti che ha omogeneizzato il panorama, orribile, della politica italiana. Il PD cerchi di cominciare a rispettare i suoi elettori, tra i quali certo non mi annovero, facendosi portavoce di interpretazione della realtà proprie di coloro che ancora lo votano e non offenda le radici e la storia da cui proviene e grazie alla quale raccoglie ancora qualche voto.

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apr 142011
 

Sembra suscitare molto scalpore il commento apparso ieri su “Il Manifesto” a firma di Alberto Asor Rosa che di seguito cito.
Mi domando, pur convinto che nel commento sia contenuta una boutade provocatoria, come ci si possa scandalizzare dell’ipotesi di Asor Rosa, quando intorno a noi non riusciamo a vedere il barlume di una sincera indignazione per ciò che in un paese (?) come questo sta accadendo. Certo si può notare il dissenso ma è il dissenso amplificato di coloro i quali già erano dissenzienti quindici anni fa’ quando l’innominabile raccolse i consensi per iniziare la sua rivoluzione mediatica. Una rivoluzione che ha sopito le menti di un popolo da sempre abituato ad essere dipendente e che ha prodotto una situazione che non vede sbocchi. Se si ritengono farneticanti le idee di Asor Rosa, quale alternativa si sposa? Quella di una opposizione codina, incapace ed impotente? Quella di un Capo dello Stato che ancora non si decide, pur avendone gli strumenti costituzionali, a sciogliere le Camere? Quella di una protesta entusiasmante ma priva di struttura che non può certo scardinare questo sistema diabolico? Una rivoluzione culturale che certo non può scaturire da questi presupposti?

In un paese normale, ciò che sta accadendo spingerebbe la gente nelle piazze… Ed invece noi, poveri idioti abituati, restiamo ad osservare senza indignazione l’affossamento di tutte le nostre garanzie Istituzioni e Costituzionali. Siamo al tracollo e senza speranze, alle dipendenze di un disgustoso manipolo di mercanti, clienti e faccendieri. Quella di Asor Rosa è almeno un’ipotesi.

 

COMMENTO di Alberto Asor Rosa su “Il Manifesto” del 13 aprile 2011

BERLUSCONI/2 – Non c’è più tempo

Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?

Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola, giustizia, forze armate, forze dell’ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?

Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, – ma con seri argomenti – del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff…» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d’immondizia sottostante, che, invece d’essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.

Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand’è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, – o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.

Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell’autunno del 1922, avesse schierato l’Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?

C’è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).

Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l’Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l’area della corruzione, al centro come in periferia: l’anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all’interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.

E’ stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).

La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.

Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l’alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l’esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell’alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un’altra tutta diversa.

Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?

Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.

Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d’emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d’autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d’interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l’Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.

Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l’Italia del ’24, la Germania del febbraio ’33), non ci resti che dolercene.

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mar 252011
 

Boris Vian è nato in Francia a Ville d’Avray nel 1920 ed è stato un ingegnere, scrittore, poeta e musicista francese. Appassionato di iazz suonava la tromba ed era amico di Duke Ellington e di Miles Davis. Malato di cuore fin dalla nascita, morì di infarto ad appena 39 anni.

E’ noto soprattutto per la sua canzone “Le déserteur”, scritta durante la guerra d’Algeria nel 1954 ed interpretata da diversi artisti internazionali.

Disse di se:

“Sono nato, casualmente, il dieci marzo 1920 sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite. Mia madre era rimasta incinta non ricordo se per via delle opere o proprio per opera di Paul Claudel (da quel tempo non lo reggo e non lo leggo), comunque la mamma era al tredicesimo mese e non poteva certo aspettare il concordato. Un prete, un sant’uomo che passava di lì, mi raccolse e immediatamente mi riposò: in effetti pesavo un casino!! (è da allora che soffro della mia ben nota aspersoriofobia). Fortunatamente una lupa affamata, che aveva appena dato la luce a Pierre Hervé (ho, quindi, esattamente la sua stessa età, cosa in perfetto accordo con le teorie di Einstein relative alla simultaneità) la lupa mi prese sotto la sua protezione e mi diede qualcosa da bere. Crescevo in forza e saggezza ma rimanevo molto brutto benché adornato da un sistema pilifero discontinuo, ma sempre molto, molto sviluppato. Infatti avevo la testa della Vittoria di Samotracia. A sette anni, entrai alla Scuola Centrale e ne uscii tre anni più tardi, nel 1942 completamente fuori di testa per l’idrodinamica del corso del sig. Bergeron.

Certo allora non prevedevo che dodici anni dopo, nel 1946…

Ma non anticipiamo i fatti.

Nel 1938 cominciai a studiare la trombetta a rosolio e immediatamente raggiunsi il livello di Armstrong, la mollai subito per non privare il poveretto della pagnotta: a causa dei soliti pregiudizi razziali ero avvantaggiato, la mia pigmentazione verde offriva un effetto piacevole.

Poi, tutt’a un tratto, la mia fisionomia prese a trasformarsi e mi misi ad assomigliare a Boris Vian, da ciò il mio nome.

Senza entrare nei dettagli, vi segnalo che in un’epoca indeterminata della mia vita sono stato tre anni e mezzo rinchiuso all’Associazione Francese di Normalizzazione, distrutta, in seguito, da un incendio provocato dalle cure di Jacques Lemarchand, nascosto tra due parentesi.

Raimond Queneau mi incontrò mentre pescavo con la lenza, sport che per altro non pratico, e sedotto dal mio drive mi propose una battuta di caccia. Cosa che feci. Il resto appartiene alla storia. Sono un metro e ottantasei a piedi nudi e peso molto e metto al primo posto le opere di Alfred Jarry, la fornicazione, Un Rude Hiver e la mia beneamata sposa. Non dimentico, anche se vengono dopo: la musica di New Orleans, Dube Ellington, Lana Turner, Ann Sheridan, le sinfonie del Commodoro W. Spotlight per doppia campana e petroletta d’armonia, la pittura a olio che pratico con felicità rara, i baffoni del mio venerato Jean Rostand. Le ragazze dei Jazz-Club universitari (soprattutto quella bionda col vestito verde… va beh, lasciamo stare). Mi piace anche il Two-Beat (e questa non è un’allusione sessuale) e anche la Mere Chaput. Detesto Paul Claudel (l’ho già detto, ma è piacevole ripeterlo ed è per questo che non ho mai letto nulla di suo), aborrisco anche le Grand Meaulnes, Alain (non mio fratello, che è un tipo completamente fuori), Peguy, il violoncello jazz come lo suonano i francesi, le opere di immaginazione, le bugie, gli apparecchi di piccolo formato, Ivan il Terribile, Leonard Father, Edgar Jackson, Le Dictateur, Dumont d’Urville (esagero. In fondo non me ne frega niente di lui). Odio anche: Monseigneur Suhard e il papa. Barbotin, mi piace molto. Invece non mi piace il davanti piatto (questo nelle donne), poi l’invidia e la merda salvo quando son ben preparate. Inoltre sto cercando un appartamento di cinque stanze con tutti i confort. Ho avuto una vita movimentata ma sono pronto a ricominciare!!!”

Le Deserteur (1954)

In piena facoltà, Egregio Presidente, le scrivo la presente che spero leggerà.
La cartolina qui mi dice terra terra di andare a far la guerra quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui, Egregio Presidente, per ammazzar la gente più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei, sia detto per inciso, ma sento che ho deciso e che diserterò.
Ho avuto solo guai da quando sono nato e i figli che ho allevato han pianto insieme a me.
Ma mamma e mio papà ormai son sotto terra e a loro della guerra non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia qualcuno m’ha rubato mia moglie e il mio passato, la mia migliore età.
Domani mi alzerò e chiuderò la porta sulla stagione morta e mi incamminerò.
Vivrò di carità sulle strade di Spagna, di Francia e di Bretagna e a tutti griderò
di non partire più e di non obbedire per andare a morire per non importa chi.
Per cui se servirà del sangue ad ogni costo, andate a dare il vostro, se vi divertirà.
E dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi, che possono spararmi, io armi non ne ho.

Il primo ad interpretarla in italiano fu Luigi Tenco che la intitolò “Padroni della terra” mentre cliccando su questo link potete ascoltarne la versione di Ivano Fossati.

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mar 202011
 

Suonatore sulla Collina del Castello

« Budapest è la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Budapest dà la sensazione fisica della capitale, con una signorilità e un’imponenza da città protagonista della storia. » (da “Danubio”, Claudio Magris, 1986).

Ed è, in effetti, una città magica, satura delle bellezze legate a tutte le dominazioni subite ed alle culture che l’hanno attraversata, delle quali ad ogni passo si ha evidente testimonianza. Non a torto ritenuta la Parigi dell’Est è indubbiamente, sia per ragioni geografiche che storiche una città crocevia tra Oriente ed Occidente, vivibilissima e tranquilla.

La città, frutto dell’unificazione di Buda, Obuda e Pest, è divisa in 23 distretti, ciascuno dei quali gode di una ampia autonomia amministrativa. Il distretto di Tabàn o del Castello ha una popolazione di 30.000 abitanti e sullo stesso, che è il distretto più interessante di Buda, insistono il Palazzo Reale, la Chiesa di Mattia, il Bastione dei Pescatori e la Cittadella.

Il Castello, costruito nel medioevo, è sempre stato la residenza dei re ungheresi, subendo continue distruzioni e conseguenti rifacimenti ed è stato, dalla seconda metà dell’800, residenza degli Asburgo.

Il Palazzo Reale

I continui rifacimenti a seguito di distruzione fanno si che, come per molti altri edifici della città, vi siano raccolti molti stili che vanno dal gotico al neo classico.
Attualmente il palazzo ospita, tra l’altro, il Magyar Nemzeti Galéria Museo Nazionale Ungherese che ospita su quattro piani e circa centomila oggetti le opere più importanti degli artisti ungheresi dal medioevo ai giorni nostri. (continua a leggere)

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mar 052011
 

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Non siete Stato voi che parlate di libertà come si parla di una notte brava dentro i lupanari.
Non siete Stato voi che trascinate la nazione dentro il buio ma vi divertite a fare i luminari.
Non siete Stato voi che siete uomini di polso forse perché circondati da una manica di idioti.
Non siete Stato voi che sventolate il tricolore come in curva e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non siete Stato voi né il vostro parlamento di idolatri pronti a tutto per ricevere un’udienza.
Non siete Stato voi che comprate voti con la propaganda ma non ne pagate mai la conseguenza.
Non siete Stato voi che stringete tra le dita il rosario dei sondaggi sperando che vi rinfranchi.
Non siete Stato voi che risolvete il dramma dei disoccupati andando nei salotti a fare i saltimbanchi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi, uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i detenuti.
Non siete Stato voi con gli anfibi sulle facce disarmate prese a calci come sacchi di rifiuti.
Non siete Stato voi che mandate i vostri figli al fronte come una carogna da una iena che la spolpa.
Non siete Stato voi che rimboccate le bandiere sulle bare per addormentare ogni senso di colpa.
Non siete Stato voi maledetti forcaioli impreparati, sempre in cerca di un nemico per la lotta.
Non siete Stato voi che brucereste come streghe gli immigrati salvo venerare quello nella grotta.
Non siete Stato voi col busto del duce sugli scrittoi e la costituzione sotto i piedi.
Non siete Stato voi che meritereste d’essere estripati come la malerba dalle vostre sedi.
Non siete Stato voi. Non siete Stato, voi.

Non siete Stato voi che brindate con il sangue di chi tenta di far luce sulle vostre vite oscure.
Non siete Stato voi che vorreste dare voce a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non siete Stato voi che fate leggi su misura come un paio di mutande a seconda dei genitali.
Non siete Stato voi che trattate chi vi critica come un randagio a cui tagliare le corde vocali.

Non siete Stato voi, servi, che avete noleggiato costumi da sovrani con soldi immeritati,
siete voi confratelli di una loggia che poggia sul valore dei privilegiati
come voi che i mafiosi li chiamate eroi e che il corrotto lo chiamate pio
e ciascuno di voi, implicato in ogni sorta di reato fissa il magistrato e poi giura su Dio:

‘Non sono stato io’.

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gen 162011
 

Hanno votato tutti i salariati, a Mirafiori, sull’accordo proposto dall’amministratore delegato Marchionne. Tutti, una percentuale che nessuna elezione politica si sogna. E sono stati soltanto il 54% i sì e il 46% i no, un rifiuto ancora più massiccio di quello di Pomigliano. Quasi un lavoratore su due ha respinto quell’accordo capestro, calato dall’alto con prepotenza, ed esige una trattativa vera.

Per capire il rischio e la sfida di chi ha detto no, bisogna sapere a che razza di ricatto – questa è la parola esatta – si costringevano i lavoratori: o approvare la volontà di Marchionne al buio, perché non esiste un piano industriale, non si sa se ci siano i soldi, vanno buttati a mare tutti i diritti precedenti e al confino il solo sindacato che si è permesso di non firmare, la Fiom, o ci si mette contro un padrone che, dichiarando la novità ed extraterritorialità di diritto della joint venture Chrysler Fiat, si considera sciolto da tutte le regole e pronto ad andare a qualsiasi rappresaglia. L’operaia che è andata a dire a Landini «io devo votare sì, perché ho due bambini e un mutuo in corso, ma voi della Fiom per favore andate avanti» dà il quadro esatto della libertà del salariato. E davanti a quale Golem si è levato chi ha detto no. Tanto più nell’epoca che Marchionne, identificandosi con il figlio di Dio, ha definito «dopo Cristo», la sua. (leggi tutto)

via IL MANIFESTO.

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