gen 082010
 

Caccia al nero - di Marco Rovelli

[A Rosarno è in corso una rivolta di braccianti subsahariani. Ancora una volta qualcuno gli ha sparato contro, e loro si sono presi le strade. Ripubblico il capitolo di Servi in cui raccontavo della mia esperienza rosarnese. Dove, come si può leggere, quel che accade oggi non è che una conseguenza naturale degli eventi. Naturale e giusta.]

La sezione è ancora quella del Pci. Uno stanzone con del materiale vario accatastato in fondo, vicino alla porta, dall’altro lato un vecchio tavolo, alla sua sinistra una bandiera del Pci, aperta, dispiegata, e a destra una televisione. Davanti alla televisione, o meglio sotto, ché la televisione è poggiata su un ripiano a due metri da terra, è seduto un vecchio iscritto al partito. Gli siedo accanto, ai piedi una stufetta elettrica, e lui smette di guardare la tv, ci mettiamo a parlare, e mi racconta di quando il suo maestro se ne andò a Varese che lui aveva quattordici anni e gli aveva lasciato la forgia, e lui doveva sostenere la clientela di tutti i contadini della zona, e fare falci zappe e roncole per tutti. [...]

via Caccia al nero – Nazione Indiana.

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gen 082010
 

Quello che sta succedendo a Rosarno non può cogliere di sorpresa nessuno. Questo Paese xenofobo non può trasecolare per le violenze, certo non giustificabili ma comprensibili, che stanno esplodendo. Quando le disparità di trattamento e di condizioni umane raggiungono il limite di guardia, si arriva sempre ad una degenerazione dello scontro, ed è la guerra dei poveri, degli ultimi e dei deboli. Non bisogna dimenticare che l’immigrazione clandestina in Italia ha origini ben note. Proviene quasi sempre da zone teatro di guerre spesso scatenate dall’Occidente e nelle quali, da bravi alleati, noi facciamo sempre la nostra parte.

La presenza in una cittadina come Rosarno di duemila extracomunitari (a fronte di 15000 calabresi) è un indice chiaro ed inconfutabile dell’uso che la “sana” imprenditoria di questa Italietta fa degli immigrati. Nessuno si è mai sconvolto del fatto che la ‘ndrangheta utilizzasse nelle campagne forza lavoro a basso costo, nessuno si è mai stupito che questa gente vivesse in condizioni disumane, guadagnando 20 euro per 14 ore di lavoro.

Ciliegina sulla torta, a privarci davvero di ogni decoro, interviene quell’acuto osservatore di Maroni, il nostro Ministro delle Corbellerie, che con la lucida puntualità che lo contraddistingue, ci fa sapere che il problema nasce dall’eccessiva tolleranza nei confronti dei clandestini, e che tale nostra “debolezza” ha prodotto una situazione di profondo degrado.
Avete capito? Non è la mafia che in Sicilia, Puglia, Campania e Calabria (e non solo) sfrutta degli esseri umani fino alla disperazione ma sono i disperati che sono delinquenti…
E poi che è mai successo per scatenare la rivolta? Solo qualche colpo di fucile…  Erano armi a bassa capacità offensiva… E che sarà mai?!..
Meno male che il nostro Ministro ci ha assicurato che il suo governo si impegnerà in argomento, ponendo fine agli sbarchi e all’immigrazione clandestina…
Mentre aspettiamo trepidanti le rivoluzionarie soluzioni del Ministro, forniamogli un didascalico contributo che accresca le sue conoscenze in materia:

“Il caporalato è un fenomeno di sfruttamento della manovalanza, per lo più agricola o edile, con metodi illegali.
Si definisce “caporale” chi, la mattina prima dell’alba, si reca nelle piazze dei paesi o nelle periferie delle grandi città a cercare manodopera giornaliera, solitamente non specializzata, per condurla o nei campi a lavorare la terra o raccogliere prodotti agricoli, oppure in cantieri edili spesso abusivi.
Per tale servizio i “caporali” pretendono una percentuale dalla paga giornaliera dovuta a questi lavoratori, spesso già molto al di sotto della paga sindacale.
Questa pratica, esistente da decenni nelle aree agricole arretrate italiane, si è ancor più diffusa con i recenti movimenti migratori provenienti dall’Africa, dalla Penisola Balcanica, dall’Europa orientale e dall’Asia: infatti chi emigra clandestinamente nella speranza di migliorare la propria condizione finisce facilmente nelle mani di queste persone, che li riducono in condizioni di schiavitù e dipendenza.
Spesso i caporali sono a loro volta al soldo di organizzazioni criminali italiane e straniere insediatesi nel territorio, favorendo di fatto l’aumento della criminalità e del lavoro in nero”

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dic 102009
 

Si chiamava Sher Khan ed era stato uno dei fondatori delle prime associazioni di comunità migranti a Roma. Pakistano, 55 anni, Sher Kan è stato trovato morto assiderato questa mattina su una panchina di Piazza Vittorio, dove aveva trascorso la notte. [...]

via Addio a Sher Khan, leader dei pakistani | Gli Altri online.

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nov 302009
 

About 400,000 Muslims live in Switzerland, most from the former Yugoslavia and Turkey [Reuters]
Voters in Switzerland have approved a ban on the construction of minarets on mosques, official results show.
Of those who cast votes in Sunday's poll, 57.5 per cent approved the ban, while only four cantons out of 26 rejected the proposals. [...]

via Al Jazeera English – Europe – Minaret ban wins Swiss support

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nov 292009
 

Urlo Berlusconi

Basta con i titoli nei giornali o dei notiziari televisivi che utilizzano un richiamo alla nazionalità per connotare chi ha commesso un reato. Basta insomma con titoli del tipo: “Marocchino stupra una ragazza” o “Romeno deruba anziana pensionata”. Da “FFWebMagazine”, il giornale telematico della fondazione “Fare Futuro” viene una lezione di civiltà e di deontologia professionale che va raccolta e sostenuta. “Sarebbe utile”, scrive Filippo Rossi, “un codice etico specifico, una carta dell’ordine dei giornalisti che stabilisca regole sulla necessità o meno di utilizzare connotazioni etniche nel riportare fatti di cronaca nera”. [...]

continua Articolo 21 – Il governo della paura

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nov 192009
 

francesca_comencini

di FRANCESCA COMENCINI

Caro direttore, leggo sui giornali dell’operazione “White Christmas”, messa in atto dal sindaco di Coccaglio, che consiste nell’individuare, casa per casa, tutte le persone straniere non in regola e cacciarle, in vista del Natale. La notizia mi colpisce, non solo per l’idea di accoglienza, di cittadinanza e di cristianità che la sottende, ma anche perché Coccaglio è il luogo dove riposano i miei nonni, Cesare Comencini e Mimì Hefti Comencini. Per loro mi sento in obbligo di scrivere questa lettera.

Mia nonna, figlia di una famiglia svizzera tedesca, si innamorò di mio nonno Cesare e per sposarlo dovette combattere contro tutti i pregiudizi di cui gli italiani erano vittime nel suo paese. Gli svizzeri tedeschi non amavano gli italiani, li consideravano sporchi, primitivi, ne avevano paura, al massimo li impiegavano nelle loro fabbriche o per pulire le loro case. Ma mia nonna non cedette, si sposò con il suo Cesare e venne a vivere in Italia. Mio nonno era di origini modeste, ma con molti sacrifici era riuscito a laurearsi in ingegneria. Tuttavia in Italia non riusciva ad assicurare una vita sufficientemente degna a sua moglie, e ai loro due figli che nel frattempo erano nati, mio padre, Luigi, e suo fratello Gianni. Vivevano a Salò, dove gli affari andavano molto male. Un giorno mio nonno decise di emigrare in Francia, aveva sentito che lì si compravano terre a basso prezzo, perché i francesi abbandonavano la campagna, e per ogni due francesi c’era un italiano. Così partirono.

La loro vita in Francia non fu facile, i miei nonni, poco esperti dei lavori agricoli, dovettero imparare tutto. Nel suo libro, “Infanzia, vocazione e prime esperienze di un regista”, mio padre racconta: “Ora riesce difficile immaginare com’era la nostra vita nelle campagne del Sud-ovest francese. Non avevamo né luce, né acqua corrente. Ma avevamo il pianoforte. Ogni sera, dopo cena, mio padre sedeva in poltrona, e, cullato dalla musica di mia madre, lentamente sprofondava nel sonno”. A scuola, mio padre, che quando arrivò in Francia aveva sei anni, veniva sempre messo da solo all’ultimo banco, e regolarmente chiamato “Macaroni”, come in Francia venivano chiamati gli immigrati italiani. Fu mio nonno Cesare a soffrire più di tutti per la lontananza dall’Italia. Mio padre ricorda che si era costruito una radio a galena, che tutte le sere si ostinava a cercare di far funzionare. Quando mio nonno si ammalò iniziò a dire “non voglio morire in Francia, non voglio morire in Francia”. Così mia nonna lo riportò a casa, in Italia, da suo fratello, a Coccaglio.

Fu sepolto nel piccolo cimitero di Coccaglio, dove molti anni dopo lo raggiunse mia nonna, che dopo la sua morte era rimasta a vivere in Italia, a Milano. I miei nonni sapevano cos’è lasciare il proprio paese per poter lavorare, cos’è essere stranieri, sapevano cos’è la dignità da salvare, per sé e per i propri figli. Al funerale di mia nonna ricordo che mio padre lesse quel brano del Vangelo secondo Matteo in cui Gesù dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Mia nonna era credente a modo suo, di religione Valdese. Ricordo un giorno, un venerdì santo, era venuta a trovarci a Roma per Pasqua, e io la trovai in camera sua, che piangeva piano e quando le chiesi perché mi rispose, asciugandosi in fretta gli occhi con il fazzoletto che teneva sempre nella manica del suo golfino: “Penso a Gesù, a come doveva sentirsi solo e impaurito nel giardino di Getsemani”. I miei nonni riposano nel cimitero di Coccaglio, che non è solo la casa di chi provvisoriamente ne amministra il comune in questi anni, ma è stata anche la loro, e quindi ora è un po’ la mia e di tanti altri, che, come me, discendono da chi ha dovuto lasciare l’Italia per lavorare, con fatica, dolore, umiliazione. E sono sicura che i miei nonni, se potessero alzarsi e sorgere dalla memoria, condannerebbero chi ha osato inventare l’operazione “White Christmas”. A nome loro, tramite queste righe, lo faccio io.

via Il “natale bianco” che insulta tutti noi – cronaca – Repubblica.it .

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