Giù in mezzo agli uomini

Cade fra pochi giorni l’anniversario della morte di Guido Rossa, operaio comunista e sindacalista della CGIL all’Italsider di Genova, assassinato dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979. Ottimo tributo alla sua memoria un libro di Sergio Luzzato, Giù in mezzo agli uomini – Vita e morte di Guido Rossa, recentemente pubblicato da Einaudi

L’autore parte dalla delusione adolescenziale della mancata partecipazione ai funerali di Guido Rossa il 27 gennaio del 1979 per ripercorrere la storia di Guido e della sua famiglia dagli inizi del secolo

Siamo abituati a limitare la storia di quelli che, coinvolti in una sorte tragica, sono stati per la nostra generazione i simboli di una passione politica ad un lasso di tempo molto breve, circoscrivendo la loro esistenza all’episodio che li ha visti terminare il loro percorso per mano fascista, poliziesca o, come in questo caso, terroristica.

E’ quindi un esercizio di ricerca originale quello di Sergio Luzzato che, dopo quarant’anni, ripercorre la storia familiare ed umana dell’operaio e sindacalista bellunese assassinato dalle Brigate Rosse attraverso le foto di famiglia e i racconti del fratello, della moglie e degli amici. Un racconto che attraversa due guerre e che vede i genitori di Guido emigrare, il padre per raggiungere come minatore le Cinque Terre per poi andare in Lorena e quindi a Torino e la madre raggiungere Torino in qualità di “balia umida”, anni nei quali Guido, piccolissimo, resta a vivere con la zia, per riunirsi a loro solo più avanti.

La passione per l’alpinismo e i successi in montagna, il paracadutismo durante il servizio militare negli alpini sotto la guida di Turrini e Leonardi, quest’ultimo successivamente massacrato dalle Brigate Rosse quando era caposcorta durante il rapimento di Aldo Moro.

Il percorso di Rossa si dipana tra Torino e Genova, dove viene assunto all’Italsider ed alterna l’impegno alpinistico con il lavoro in fabbrica. Ed entrambe le esperienze lo spingono a transitare da una giovanile visione individualista e superomista ad una appassionata vocazione sociale e politica.

Sono gli anni della strategia della tensione, dello stragismo nero, delle ipotesi golpiste e delle connivenze tra politica e servizi segreti. Sono gli anni in cui si inizia a realizzare un’emorragia che spinge molti dai gruppi extraparlamentari alla lotta armata, non più vista come una possibilità ma come una imprescindibile necessità. E col passare del tempo vedrà Brigate Rosse e fiancheggiatori assumere sempre più connotati radicali e militari.

Ma sono anche gli anni del forte radicamento del Partito Comunista e del sindacato nei posti di lavoro e nella società tutta. Radicamento che si manifesta anche col voto delle amministrative del 1975 e delle politiche del 1976. Sono gli anni che vedono come perseguibile il “sorpasso” e che aprono il dibattito berlingueriano sul compromesso storico. La frattura a sinistra è incolmabile e comprensibile conseguenza l’invito del PCI e della CGIL a farsi carico della vigilanza sui posti di lavoro e della denuncia del terrorismo.

Uno scontro inevitabile che porta ad una progressiva radicalizzazione dei gruppi armati, frustrati da una egemonia culturale e politica del Partito Comunista che loro ritengono dare risposte inadeguate alla situazione ma che, di fatto, li marginalizza. E questa identità militare ed anti-stato li porterà a colpire indistintamente qualunque obiettivo contrasti il loro percorso.

La narrazione prosegue con la cronaca dei fatti: l’individuazione di Francesco Berardi, il fiancheggiatore delle Brigate Rosse interno all’Italsider di Genova Cornigliano, la denuncia e la testimonianza di Guido Rossa, la sua consapevolezza di essere prossima vittima designata del terrorismo. Prosegue con il suo assassinio teoricamente non previsto ma avvenuto, dopo la gambizzazione, per mano di Riccardo Dura.

Prosegue con la vicinanza espressa dalle pagine dell’Unità e dalla lettera destinata a Sabina Rossa da Giorgio Amendola che avvicina la figura di suo padre, Giovanni Amendola, a quella di Guido Rossa. Giudizi che, tanto nel quotidiano comunista che nella lettera di Amendola, sembrano, nella retorica, stralciare la genesi delle Brigate Rosse da quello che Rossana Rossanda definì l'”album di famiglia” e che vide la sinistra tutta dedicare ai “compagni che sbagliano” troppa indulgenza.

Perché non solo la paura di ritorsioni ma anche quel tipo di indulgenza fece si che la classe operaia, i lavoratori dell’Italsider, lasciassero solo Guido al suo destino. Destino che avrebbe potuto essere diverso se una azione collettiva e generale avesse pienamente condiviso il suo impegno, come ebbe modo di dire Luciano Lama il giorno dei suoi funerali.

Segue il racconto della giornata dei suoi funerali, la camera ardente all’Italsider, la visita di Berlinguer e di Pertini, le celebrazioni e le intitolazioni susseguitesi negli anni un po’ ovunque e la constatazione che quell’assassinio segna un percorso senza ritorno per le Brigate Rosse cui viene definitivamente precluso ogni accreditamento e radicamento con la classe operaia ed il definitivo distacco anche dalla sinistra extraparlamentare.

Un libro da leggere assolutamente.


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