Nazim Hikmet

Nazim Hikmet nasce a Salonicco nel 1902 da una famiglia aristocratica turca. Suo padre è un diplomatico e sua madre una pittrice amante della poesia francese. E’ stato uno dei primi poeti turchi ad utilizzare i versi liberi.

Studia dapprima nel liceo francese di Galatasaray ad Istanbul e, successivamente, all’Accademia della Marina militare. Emigra poi in Anatolia sposando la causa della guerra di liberazione nazionalista di Kemal Ataturk.

Nel 1921, dopo aver letto Marx ed i testi sulla Rivoluzione sovietica, rimanendone affascinato, abbandona il Partito Kemalista e diventa membro del Partito Comunista Turco. Si stabilisce a Mosca e si iscrive alla facoltà di sociologia dell’Università comunista dei lavoratori d’Oriente.

Mentre frequenta l’università, conosce Lenin, Esenin e Majakovskij. Rientra a più riprese in Turchia privo di documenti e, perseguitato dal governo anticomunista turco, è costretto a fuggire ma nel 1938, viene condannato a 28 anni di prigione per attività antinaziste e antifranchiste.

Nel 1949  una commissione di cui facevano parte anche Pablo Picasso e Jean Paul Sartre, si batte per la sua liberazione che ottiene l’anno successivo. Nazim sposa Münevver Andaç, una traduttrice di francese e polacco ma a causa delle forti pressioni del governo è costretto a tornare in Unione Sovietica. La moglie e il figlio però non possono seguirlo e Nazim continua il suo esilio viaggiando e visitando non solo l’Europa dell’Est ma Roma, Parigi, L’Avana e Pechino. Nel 1959 gli viene revocata la cittadinanza turca e sceglie di diventare cittadino polacco.

Nel 1960 si innamora di Vera Tuljakova e la sposa. Il 3 giugno 1963, uscendo dalla porta di casa a Mosca, muore colpito da un infarto. Nel 2002, anche a seguito di una petizione sottoscritta da cittadini turchi, il governo turco gli riconosce nuovamente la cittadinanza. Noto soprattutto per una poesia scritta dal carcere alla prima moglie nel 1942 (Il più bello dei mari…), un mese prima di morire scrive i versi che seguono.

IL MIO FUNERALE
Maggio, 1963

Il mio funerale partirà dal nostro cortile?
Come mi farete scendere giù dal terzo piano?
La bara nell’ascensore non c’entra
e la scala è tanto stretta.

Il cortile sarà, forse, pieno di sole, di piccioni
forse nevicherà, i bambini giocheranno strillando
forse sull’asfalto bagnato cadrà la pioggia
e al solito ci saranno i bidoni per l’immondezza.

Se mi tiran su nel furgone col viso scoperto, come usa qui,
forse mi cadrà in fronte qualcosa di un piccione, porta fortuna,
che ci sia o no la fanfara, i bambini accorreranno
i bambini sono sempre curiosi dei morti.

La finestra della nostra cucina mi seguirà con lo sguardo
il nostro balcone mi accompagnerà col bucato steso.
Sono stato felice in questo cortile, pienamente felice.
Vicini miei del cortile, vi auguro lunga vita, a tutti.

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