Nemesi di Philip Roth

Un romanzo di un autore capace, come al solito ben scritto, argomentando senza lasciare dubbi e zone d’ombra nell’intenzione dell’autore.
Come sempre però, nel caso di Philip Roth, la digeribilità è difficile e, dagli argomenti trattati, si esce provati e con l’animo grattugiato.
La storia è ambientata a Newark, nel quartiere ebraico di Weequahic, e racconta di una epidemia di polio scoppiata in quel periodo. Una tragedia che sconvolge l’intera cittadina ed il protagonista del romanzo. Bucky Cantor, questo è suo nome, è stato riformato per problemi alla vista ed è quindi uno dei pochi giovani presenti in città che non è partito per la guerra. Questo è per lui motivo di grande rammarico, avendo visto partire i suoi stessi amici. Lo è ancora di più per il profilo caratteriale del protagonista. Privato della madre morta durante il parto ed abbandonato da un padre dedito al gioco d’azzardo, è cresciuto non senza amarezza con i nonni, dedicando la sua vita alle discipline sportive ed improntando la stessa ad un rigore etico che, permeato dalla cultura ricevuta nella comunità ebraica, non lo esime da profondi sensi di colpa che lo spingono a mettere in discussione la sua religione. Un personaggio insomma tutto di un pezzo che svolge il suo lavoro di animatore sportivo presso un campo giovanile e la sua vita con una serietà ed una responsabilità quasi eccessive.
coverLa polio comincia a diffondersi e a mietere vittime, creando evidente scompiglio nella comunità, che deciderà di chiudere il campus e tutte le attività pubbliche nella speranza di arginare la tragedia.
Bucky, pochi giorni prima della chiusura del campus, oppresso da situazione venutasi a sviluppare a Newark e coinvolto da una storia d’amore, decide di accettare il trasferimento a ….. propostole dalla sua ragazza. E vivrà questo come un tradimento con un profondo senso di colpa fin quando non verrà lui stesso fagocitato dalla tragedia.
Se molti sono gli spunti di riflessione che questo romanzo accompagna, due elementi sono per me fondamentali.
D’un canto le reazioni “troppo” umane della collettività che, cominciando ad essere coinvolta in prima persona dagli eventi, inizia a dare gli evidenti – ed anche oggi comuni – segni di intolleranza: cominciano ad essere attribuite responsabilità del diffondersi della malattia dapprima agli emigrati italiani, poi allo “scemo” del villaggio e quindi all’intera comunità ebraica che viene ritenuta responsabile della tragedia e che si tenta di isolare. Atteggiamento fin troppo comune anche oggi nei confronti di ogni tipo di diversità.
Dall’altro anche il comportamento del protagonista, seppure responsabile e rigoroso, sfociando in un immotivato quanto masochista senso di colpa, porta lo stesso alla distruzione della sua vita e delle sue relazioni.
Il romanzo quindi non consente alcuna ipotesi o visione positiva, pur offrendo abbondante spazio alla riflessione.

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