Il caso Weinstein-Argento: quando il maternalismo prende il posto del paternalismo

di Elettra Santori

Sul caso Weinstein-Argento, fattispecie italiana del caso Weinstein vs Hollywood, è dura esprimere un’opinione che non sia il frutto di riflessi condizionati maschilisti o apoditticamente femministi.

Perciò, nella speranza di fare un po’ di pulizia concettuale, e sempre tentando di seguire la rotta di un femminismo laico e obiettivo, facciamo così: proviamo con la raccolta differenziata.

Prendiamo un sacchetto della spazzatura, di quelli per i rifiuti organici, e buttiamoci dentro gli sfoghi colitici degli odiatori, i giudizi sprezzanti dei cinici compulsivi che in questi giorni hanno blaterato frasi come “Asia Argento se l’è cercata”, “Prima la danno, poi frignano e fingono di pentirsi”, “Una leccatina fa sempre piacere”. Nel loro rustico immaginario, la donna che non fugge di fronte al molestatore è puttana e basta. Non riescono a rappresentarsi quelle situazioni sfumate in cui la donna subisce senza avere la forza di reagire, e tuttavia non dimentica l’umiliazione vissuta, covando un rancore verso il molestatore che può esplodere anche a distanza di anni.

Poi prendiamo un altro sacchetto, quello dei rifiuti non riciclabili, e scarichiamoci le obiezioni sterili e inutili, quelle che non fanno progredire il discorso di un nanometro, del genere “Ma perché parla adesso, dopo vent’anni?”, “Doveva dirlo prima, ora è troppo tardi”. Meglio tardi che mai. Se le denunce delle attrici servono a creare un clima sfavorevole al ricatto sessuale sul posto di lavoro ben vengano, in qualunque momento. L’importante, in questi casi, è il risultato.

Poi, però, tiriamo fuori anche il sacchetto per la raccolta della carta, e infiliamoci tutti gli editoriali che in questi giorni hanno esaltato Asia Argento come un’eroina, replicando al sessismo con la canonizzazione della molestata. Personalmente posso capire la difficoltà della Argento che si è trovata, suo malgrado, in una situazione in cui doveva scegliere tra dignità e carriera. È facile dire Io al posto suo avrei alzato i tacchi e me ne sarei andata, simili situazioni, dal vivo, fiaccano la coscienza. Trovo però che chi ha scritto in questi giorni «Le nostre figlie siano forti come Asia» (Teresa Ciabatti sul Corriere, ad esempio), peraltro sorvolando sull’autocritica della stessa Argento che rimpiangeva di non essere stata abbastanza forte da resistere all’orco, abbia avuto uno sguardo quantomeno poco lucido sull’intera vicenda.

Che le nostre figlie siano forti come chi ha detto no, questo mi sarei aspettata di leggere. E la questione non riguarda solo le figlie femmine: spererei che mio figlio, un giorno, se costretto a scegliere tra dignità e carriera, avesse la forza di scegliere la prima. Di dire no al boss, se necessario. Di opporre ai suoi disvalori i propri valori, invece di condividere con lui il pensiero unico della carriera a tutti i costi. Perché è sul terreno comune del successo come priorità che si incontrano a volte le prevaricazioni del capo e la cedevolezza dei lavoratori, uomini o donne che siano, fuori o dentro il mondo dello spettacolo.

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