Fuciade e qualche considerazione

Fuciade è una località del comune di Soraga di Fassa, in provincia di Trento.

Pittoresco angolo delle Dolomiti, si trova nei pressi del passo San Pellegrino ed è una delle tappe dell’Alta via n. 2 delle Dolomiti, detta anche “Via delle leggende”.

La conca di Fuchiade è dominata dalle vette meridionali del Gruppo della Marmolada: Sas de la Tascia (2.865 m s.l.m.), Cima Cadine (2.885 m), Cima Ombrettòla (2.923 m) e Sasso di Valfredda (3.003 m). La località può essere raggiunta in circa 45 minuti a piedi tramite la strada militare italiana (sentiero 607) da Passo San Pellegrino. Nella stagione invernale può essere raggiunta grazie ad servizi di motoslitta, gatto delle nevi o slitta a cavalli.

Fuciade

Nota per i suoi pascoli d’alta quota, il nome Fuciade è etimologicamente legato alle parole ladine fučade e fuciar, che richiamano l’impugnatura di legno della falce impiegata per tagliare il fieno. Secondo taluni vi sarebbe anche un’assonanza tra il toponimo di Fuciade e quello della confinante località di Falcade.

La località di Fuciade è nota fin dal XII secolo: infatti, il comune di Soraga era originariamente un feudo del Vescovado di Bressanone, mentre Moena era sottoposto alla giurisdizione del vescovo di Trento. Per tale motivo, quando i contadini di Soraga dovevano portare le mandrie all’alpeggio della Mont de Fuciada, avvenivano spesso grandi scontri con i moenesi, i quali non volevano riconoscere i diritti di passaggio di origine medievale. Per secoli vi furono continue dispute territoriali fra le comunità.

Durante la prima guerra mondiale vi si svolsero aspri combattimenti fra il 1915 e 1916. In particolare, il 27 maggio 1915 il battaglione Belluno sfondò il confine austro-ungarico occupando la conca di Fuchiade, mentre dal 13 giugno 1915 vi si accampò la 266ª Compagnia del 7º Reggimento Alpini Battaglione Val Cordevole e le Compagnie 9ª e 12ª del 49º Reggimento fanteria del Regio Esercito italiano. Il comando dell’accampamento fu affidato a Peppino Garibaldi, nipote di Giuseppe Garibaldi, che diede ordine di perlustrare la zona. Alle 8.00 del mattino del 9 marzo 1916 si staccò dal Col Bel una grande valanga che travolse e uccise almeno 57 militari italiani. Nel 2014, nell’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, fu inaugurato a Fuchiade un monumento alla pace.

Nel 1959 venne eretta la chiesetta della Madonna della neve, in commemorazione della fortunosa liberazione dei soragani che il 21 agosto 1944 furono rastrellati dai soldati nazisti.

Intorno al 1960 venne aperto il rifugio Fuchiade, inizialmente gestito dalla parrocchia di Soraga. Nel 1983 il rifugio venne rilevato da Sergio Rossi, nipote del parroco, che ampliò la struttura.

La passeggiata che conduce al Rifugio Fuciade è senza dubbio una escursione affascinante, breve e assolutamente suggestiva. Si parte dal parcheggio nei pressi di Passo San Pellegrino e, superato l’hotel Miralago, si segue la strada forestale (ex strada militare) che s’inoltra nel bel bosco.

Il rifugio sorge ai piedi della catena del Costabella, teatro della Prima Guerra Mondiale. Il panorama iniziale è sul Col Margherita. Poi il bosco si dirada offrendo un panorama unico sia sul gruppo di Cima Uomo, ultima propaggine della Marmolada, che sul gruppo delle Pale di San Martino.

Coronamento della passeggiata è anche la degustazione di piatti tipici e/o rivisitati della cucina ladina, impegno fino a qualche tempo fa egregiamente assolto dallo chef Sergio Rossi ed ora demandato a suo figlio Martino.

Insomma un piccolo paradiso. Ma anche il paradiso ha evidentemente qualche ombra. La mia non è considerazione legata solo a Fuciade anzi, bisogna riconoscere a Fuciade un indubbio rispetto, pur nell’ampliamento, dell’identità del luogo.

Certo, un controllo più accurato dell’affluenza permetterebbe di vivere una esperienza più consona al contesto evitando di confonderla con un resort romagnolo.

L’affluenza turistica in questo luogo e in altri luoghi delle Dolomiti è oggi, a mio modo di vedere, difficilmente sostenibile.

Complice la pandemia di qualche anno fa, molto del turismo vacanziero si è spostato dal mare alla montagna pur non avendo alcuna vocazione ad una filosofia che dovrebbe spingere verso interessi naturalistici, la riflessione e un po’ di fatica per raggiungere località amene, piuttosto che proporre confort, lusso, spa e centri benessere, forse più in linea con il turismo delle coste riminesi. Soddisfare le esigenze di questo pubblico anomalo snatura questi luoghi, la loro cultura ed i loro abitanti. Arrivare in una struttura denominata “rifugio” per trovare anziché un po’ di pace idromassaggio e sauna, onestamente mi lascia interdetto. E non è un caso isolato.

Assistere alla devastazione ambientale dell’Alpe Lusia, dove un colorato parco acquatico per bambini infesta la valle sottostante la funivia, non produce in me magiche emozioni. Arrivare a sedicenti “rifugi” comodamente raggiungibili in auto non mi sembra un segnale di grande rispetto del territorio. Che a Lago di Tesero, in prospettiva delle Olimpiadi invernali del 2026, si stia costruendo una nuova inutile pista da fondo quando è già preesistente un analogo ed efficiente impianto, non mi fa pensare al meglio. E’ vero, l’indotto turistico è una risorsa economica importante e queste “opere” vengono realizzate con importanti contributi di provincie e regioni. Ma preferirei veder affermato l’equilibrio fra effettive necessità economiche e devastazione del territorio.

Bene dice Marco Albinio Ferrari nel suo ultimo libro “Assalto alla Alpi”, dove ripercorre le operazioni di cementificazione infrastrutturale iniziate alla fine degli anni ‘60 dall’ingegner Giacomo Augusto Fedriani a Viola Saint Gréé, nelle Alpi Piemontesi, creando un modello che si è diffuso ed affermato in tutte le Alpi.

Interessante una sua intervista rilasciata al quotidiano “Alto Adige” nel 2023 che cito di seguito:

La montagna è fragile e spaesata.

La prima questione riguarda lei: il clima, le rocce friabili delle Dolomiti, i suoi ecosistemi che arrancano. La seconda, lo spaesamento, riguarda noi: gli uomini sono incerti sull’itinerario che vogliono farle prendere, perché da un lato la vedono come luogo magico e salvifico – ed è troppo poco – dall’altro come tesoro da far fruttare – ed è troppo-, tra turismo di massa, che fa danni, e turismo d’élite, che la snatura.

Ecco lo stato delle Alpi.

«Si tratta di modelli di sviluppo del passato – spiega Marco Albino Ferrari – visto che sul piano materiale stiamo riempiendo le montagne di infrastrutture pesanti, mentre dall’altro continuiamo ad idealizzarla, la guardiamo solo per la bellezza. Ma così non la percepiamo come merita». Ferrari ha scritto un libro su tutto questo e anche altro. Si intitola “Assalto alle Alpi” (Einaudi editore).

E già queste tre parole dicono molto sul dove va a parare la sua indagine.

Nel senso che mai come in questi ultimi decenni i monti che fanno da corona alla Penisola hanno smesso di starsene un po’ per i fatti loro, ad ospitare pochi uomini e qualche pecora, a non avere troppe strade d’accesso e a vivere come avevano fatto per milioni di anni.

Poi, l’assalto.

Iniziato con lo sport, dall’alpinismo – ancora poco invasivo – dei secoli passati, allo sci dei nostri anni. E con lo sci, ecco gli impianti di risalita, le funivie, gli ski-lift. E con il nuovo alpinismo, ecco i rifugi che sembrano venuti su a Manhattan, il cibo portato con l’elicottero, la polenta che cede il passo alle ostriche e i vecchi montanari che si sono inventate le spa a tremila metri. «Certo, tutto questo ha portato il benessere – aggiunge Ferrari – ma, come spesso accade, esiste una soglia oltre la quale il bene inizia ad essere male».

Marco Albino Ferrari Montanari, giornalista, scrittore, uomo di montagna pur se milanese, è stato a Bolzano nell’ambito della rassegna “Libri per le vacanze” dialogando con Carlo Alberto Zanella sotto i portici di piazza Vittoria.

Marco Ferrari, dove si colloca questa soglia?

La stiamo toccando. La si supera quando partendo dall’indubbio benessere che la gestione della montagna negli ultimi decenni ha portato, ci si trova immersi nella crisi del mercato.

Che messa in montagna che significa?

Che il lusso delle spa, la miriade di alberghi al posto delle case, ha portato ad un esplosione dei prezzi: prezzi delle abitazioni e costo di ogni prodotto portato in montagna dalla pianura.

Conseguenze possibili?

Che gli abitanti della montagna rischiano di essere espulsi da questo contesto e, magari, si trovano ad abbandonare i loro luoghi. Oppure i luoghi stessi vengono snaturati da un uso improprio e forzato delle loro infrastrutture.

Rischi che lei ha documentato?

Accanto a valli che hanno trovato un rilancio proprio nel turismo di massa ce se sono altre che rischiano lo spopolamento. E poi l’abbandono dei paesi da parte dei vecchi abitanti trasformano questi luoghi in altro.

Esempi?

Il più evidente è Cortina. Ha una sua immagine chiara e nobile, come Capri o Portofino. Ma la deriva è l’esplosione del mercato immobiliare in termini di prezzi e affitti. Risultato: il 3,6% in meno di abitanti in pochi anni.

Anche in Alto Adige?

La provincia ha una sua specificità. Sia storica-culturale che economica. La tradizione del maso chiuso ha tenuto legati gli uomini alle loro case e ai campi. E poi quello altoatesino non è solo contadino, è un Bauer, l’aristocrazia contadina. Poi c’è la questione economica. La Provincia, tramite l’autonomia contrattata con lo Stato ha potuto condurre una politica intelligente ma certo dispendiosa per tenere legata la gente ai suoi luoghi.

Ma c’è un ma?

C’è. Per una serie di nuove dinamiche. Per prima cosa le infrastrutture. Sempre più invasive. Poi la tipologia dei rifugi. In valle Aurina hanno fatto un’astronave, il Santner, lasciamo stare… Infine il combinato disposto di queste due pressioni ha condotto al turismo di massa. Il turismo porta denaro ma il rischio è che sempre più megastrutture sostituiscano quelle famigliari. Per non parlare dell’aspetto immateriale.

Vale a dire?

Si sale sugli stereotipi della magia della montagna per portare altri tipi di magia: i centri benessere, le spa, l’intrattenimento falsamente autentico e tradizionale. Se non esiste più in natura lo si crea.

Poi c’è il cambiamento climatico.

Certo che c’è. Ma lo si tiene sottotraccia. Provando ad andare avanti così, stagione dopo stagione.

dal quotidiano Alto Adige del 16 settembre 2023

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