Identità e rock demenziale, l’utopia pura degli Skiantos

di Luca Pakarov da “il manifesto” del 10 agosto 2022

Oderso Rubini fondò l’etichetta Harpo’s Bazar, è stato uno dei pionieri del punk rock italiano e il primo produttore degli Skiantosprimo produttore degli Skiantos (anche dei Gaznevada, per dire), è cofondatore dell’associazione We Love Freak. Rubini ha più volte raccontato e riconsiderato quegli anni di incredibile fermento, ha conosciuto gli Skiantos a fine anni ’70, prima del loro esordio: «Eravamo in uno dei rari momenti in cui tutto sembrava possibile, sentivamo l’esigenza e l’urgenza di allontanarci in maniera critica e alle volte feroce dai cantautori emiliani, dal mainstream pop, volevamo vivere il presente senza quei condizionamenti che, spesso, inducono al senso di passività e di impotenza sulle scelte della vita». Un momento topico fu «Spaghetti Performance» il 2 aprile 1979 al festival Bologna Rock organizzato proprio dall’etichetta di Rubini: invece di suonare gli Skiantos cucinano un piatto di spaghetti. Quella che sembra una rischiosa trovata di avanspettacolo viene ricordata come un gesto punk: «Era nata per essere una serata piena di provocazioni: le scene porno proiettate sul soffitto del palasport, nessun presentatore, combo improvvisate in mezzo al pubblico sulle gradinate, 10 gruppi sconosciuti ai più, totale assenza di servizio d’ordine, 6000 spettatori richiamati da qualcosa che non era ancora ben chiaro… Avevamo colto quel bisogno di cambiamento e gli spaghetti degli Skiantos erano un urlo situazionista, dadaista, qualunquista, decidete voi…».

NEL GIUGNO 1980 arrivano i Clash in Piazza Maggiore. Bologna è una città molto diversa da oggi, con un’atmosfera particolare: «Il clima era di grande contrapposizione tra l’amministrazione della città e i giovani che non aveva accettato alcun tipo di confronto dopo l’orribile, ma in qualche modo fertile, 1977, con la morte dello studente Francesco Lorusso e la grande adunata del Convegno contro la Repressione. Con il free concert dei Clash il comune voleva riaprire un dialogo con i giovani: la nascente scena punk bolognese contestò i Clash per essersi venduti alle major, parti del movimento distribuirono un flyer intitolato Salsicce Rock ed eroina, una tazzina di caffè a malapena riesco a mandar giù che in sintesi diceva: non basta un concerto gratuito per cancellare tutti i disagi e le contrapposizioni precedenti».

OGGI «ROCK DEMENZIALE» non è un dispregiativo, una definizione che gli Skiantos sono riusciti a nobilitare; non si prendevano sul serio ma facevano sul serio. Un maggiore riconoscimento però è giunto puntuale dopo la scomparsa di Freak: «Freak aveva scritto in uno dei suoi versi: Saremo amati dopo la morte, ci è toccata questa sorte, il destino un poco infame, ci regala queste pene…, il rock demenziale è stata una delle poche schegge di rock italico ad avere una precisa identità soprattutto per l’uso dei testi, eleganti, ironici, ma anche trasgressivi. È ancora vivo nella memoria di tanti, penso che il loro lavoro nasconda ancora pochi punti oscuri, se non forse quella ricerca di una dimensione spirituale di Freak non ancora compiutamente espressa». Il libro che Rubini ha curato è un frullatore di foto, disegni, racconti, recensioni, per certi versi sembra il mondo surreale/poetico di Freak.

IL LIBRO è anche un modo per passare il testimone a chi non ha potuto conoscere il fenomeno Skiantos: «L’ambizione era quella di raccontare la loro storia in maniera non troppo convenzionale, per restituire qualcosa della loro fine intelligenza. Come tutti i grandi movimenti artistici del ‘900 sono stati capaci di influenzare generazioni intere di artisti, perché non immaginare che una grande storia come quella degli Skiantos, possa stimolare altri ad appropriarsene per produrre qualcosa di nuovo?». Nell’ultimo periodo Freak disse che l’essere stati etichettati come outsider significava anche essere considerati inaffidabili. Qualcosa che alla lunga e con i gusti musicali che cambiavano, logorò gli Skiantos fino a non avere più nemmeno una casa discografica. La loro attitudine è ancora in circolazione? «No input, no output sosteneva Joe Strummer: se in un sistema non immetti qualcosa, non può esserci nulla in uscita. È difficile dire se con modalità diverse ci siano artisti che hanno potenzialmente un’attitudine come quella degli Skiantos, penso a Lo Stato Sociale. La rete è diventata uno strumento talmente potente da cambiare in brevissimo tempo regole della musica che si riproducevano da circa 50 anni, permettendo a tanti, forse troppi, di fare cose fino a pochi anni fa impensabili. Gli Skiantos non avevano più casa discografica: era solamente il segnale del cambiamento epocale in arrivo…».


Seconda edizione riveduta e ampliata. Contiene un 45 giri inedito con due brani registrati dal vivo durante un concerto (?) degli Skiantos a Gorizia nel 1978!

Una sera di novembre del 1977, un manipolo di musicisti si riunisce per compiere il folle esperimento di registrare un disco in una sera. Non ci sono canzoni pronte e molti non si conoscono neppure tra di loro, eppure il miracolo riesce. Sarà il primo album degli Skiantos. Quarant’anni dopo, questo libro celebra le gesta, le canzoni e l’influenza culturale di un gruppo dalla storia unica e irripetibile. I bolognesi Gianluca Morozzi e Lerry Arabia hanno messo la penna del romanziere, il primo, e la grande esperienza da biografo musicale, il secondo, e hanno raccolto testimonianze, interviste, rivelazioni che ricostruiscono quattro decenni di Skiantos. Con un apparato di foto, memorabilia, rarità a impreziosire il libro, e le immaginarie vicende di due immaginarie band alle prese con il diabolico Signore dei Dischi e con l’eredità Skiantos del futuro. Dalla Bologna del ’77 ai giorni nostri, tra ortaggi sul palco e cambi di formazione, tra testi geniali e performance imprevedibili.

Dettagli

Autore: Gianluca Morozzi, Lorenzo Arabia

Curatore: Oderso Rubini, Andrea Setti

Editore: Goodfellas

Collana: Spittle

Edizione: 2

Anno edizione: 2022

In commercio dal: 28 aprile 2022

Pagine: 384 p., ill. , Brossura

EAN: 9788899770181


Freak Antoni, l’ultimo dadaista

di Alberto Piccinini da “il manifesto” del 13 febbraio 2014

È morto ieri mattina a Bologna Roberto Antoni, per tutti Freak Antoni. Aveva solo 59 anni e della sua lunga malattia («una gran seccatura») aveva raccontato ancora di recente in un’intervista a Rolling Stone. Fondatore degli Skiantos nel fatidico 1977, era inventore e da sempre massimo teorico del rock demenziale, del demenziale in genere: benché la parola fosse entrata nei vocabolari e nell’uso comune aveva in pratica passato la vita a rispiegarla come se avvertisse un difetto di comunicazione, una traduzione imperfetta nella sua applicazione alla storia italiana dei trent’anni successivi. Aveva scritto: «Che differenza c’è tra demente e demenziale? Risposta: il demente non capisce la differenza tra demente e demenziale». Non è solo una battuta facile, ma il nodo della questione.

Difficile inserirlo nella categoria onnicomprensiva dei comici, men che mai in quella dei cabarettisti televisivi. Da ultimo gli Skiantos erano apparsi come resident band nella trasmissione di Italia 1 Colorado Cafè, ma non era la «stessa cosa» e non solo per facile snobberia. Impreciso considerarlo soltanto un cantante punk. Certo, a Johnny Rotten, aveva poco da invidiare quanto a presenza scenica. E come i gruppi punk inglesi e americani della loro epoca, Freak Antoni e gli Skiantos non sapevano suonare, né cantare. Si presentarono ad uno studio di Bologna dove facevano il liscio e Vasco Rossi. «Non siete nemmeno originali – disse loro il produttore Gianni Gitti, che aprì la porta – Tutti quelli che non sanno suonare né cantare vogliono suonare un disco» Freak Antoni: «Quando si comincia?» Gitti: «Domani». Nacque così Inascoltabile: in dieci in uno studio, dilettanti di genio, punk del Dams, vecchi compagni di scuola. Il grido iniziale uno, due, sei, nove diventerà un marchio di fabbrica. Così le note di copertina originali: «gli skiantos sono un gruppo under metropolitano gente che non sapeva suonare ribelli impegno politico arrabbiato».

Inascoltabile uscì su cassetta per la Harpo’s Bazaar di Oderso Rubini, la prima etichetta indipendente italiana di stile punk, o qualcosa del genere. Riprendersi i mezzi di produzione. Bisognerà aggiungere che gli inglesi a quel tempo guardavano all’Italia e alla Bologna del ’77 come una specie di incredibile ispirazione rivoluzionaria. Oderso Rubini, come Freak Antoni, frequentava i corsi di Gianni Celati al Dams. Al Dams c’erano Andrea Pazienza, Scozzari, Francesca Alinovi, il professor Umberto Eco garantiva la serietà dell’operazione. In realtà sembrava un rifugio antiatomico per la generazione creativa che a Bologna in quei giorni aveva visto i carriarmati in strada e provato sulla propria pelle il futuro postpolitico, postindustriale, postideologico. Comunque metropolitano.

Freak Antoni è il primo a usare il gergo di strada bolognese, metropolitano e un po’ tossico, nel rock. Peso, pesissimo, sbarbine, slego, flebo, paradura. Altro lavoro per il vocabolario italiano. Intitola una canzone Karabignere blues. Un’altra, Kinotto. La «k» di Amerika e Kossiga migra dai muri delle città al rock demenziale. La circostanza è significativa. Gli Skiantos, come tutto il punk (a cominciare dai Clash) metabolizzano una sconfitta storica, epocale: al thatcherismo, al reaganismo, al craxismo si poteva tutt’al più sopravvivere, magari ridendo, per poco che possa sembrare. «Gli Skiantos facevano parte del movimento, ma non del tutto», averebbe riassunto un po’ sibillino lo stesso Freak Antoni anni dopo.

Con Gianni Celati si era laureato nel 1978: una tesi sui Beatles. Quando mette in scena la parodia delle rockstar anni ’70 – i Rolling Stones riletti in filigrana nel «non saper suonare» – compie allo stesso tempo un atto d’amore verso quella mitologia. Freak Antoni ne era un cultore. La sua decostruzione del rock, ma anche della poesia cantautorale e canzonettara, è di scuola damsiana, nel disperato e ironico spirito dei tempi (decostruzione non è la stessa cosa che distruzione). E non poteva fare a meno del piacere narrativo, carnevalesco, colpevole persino, della cosa: Stagioni del rock demenziale, il primo libro di Freak Antoni uscito per Feltrinelli è un folle catalogo di band mai esistite.

Nel 1979 gli Skiantos incidono per la Cramps di Gianni Sassi i loro due dischi più noti: Monotono e Kinotto. Il produttore è il chitarrista dei radicalissimi Area, Paolo Tofani. Una pubblicità del disco recita più o meno: «Gli Skiantos hanno imparato a suonare». In realtà, a distanza di tempo, si può dire che non sono mai stati malaccio. «Quello che uccide i musicisti è che sanno suonare», spiegherà anni dopo Freak Antoni: era già uno statement da arte concettuale, era dada, non rock’n’roll. L’eredità situazionista che si respirava dentro la Cramps aggiunge al suo cabaret un elemento in più: il «punk» degli inizi trova altre sponde, aggiunge altro senso all’idea di «demenziale». Tira in ballo dada e i futuristi, Frank Zappa e John Cage. Nel 1979, invitati sul palco di Bologna Rock alla prima parata della new wave italiana, gli Skiantos cucinano sul palco un piatto di spaghetti e stop. Il pubblico è imbestialito, ma non è una novità. Il pubblico di Freak Antoni è sempre stato imbestialito: era il segno che tutto funzionava. I pomodori e altri ortaggi li forniva lui.

Ufficialmente Freak Antoni ha abbandonato gli Skiantos nel 2012. Ha fatto un milione di altre cose, ma non è mai cambiato. Il sarcasmo col quale trattava vecchi colleghi che ce l’avevano fatta (Vasco Rossi, Elio e le Storie Tese) non è mai sembrato rancoroso o fuori posto, anzi. Il tempo si era incaricato di fargli trovare un’ultima spiegazione del demenziale. Fuori dal mito bolognese, ormai lontanissimo per tutti: «L’umorismo è autoconsapevolezza che non puoi vincere con la vita, perché lei ti bastona in maniera sempre diversa e sempre nuova, e alla fine muori», aveva scritto in uno dei suoi libri più recenti, Non c’è gusto in Italia ad essere dementi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.