Morte di un anarchico milanese, cinquant’anni dopo

Mezzo secolo ci separa, ormai, dalla madre di tutte le stragi e dalle ingiustizie che ha portato con sé. Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplode nella Banca nazionale dell’agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano: muoiono 17 persone, 88 sono i feriti.

È LA PRIMA grande strage di una stagione che intorbidirà, di sangue e non solo, almeno un quindicennio di storia nazionale. Cinquant’anni dopo, ci ritorna Paolo Brogi, con il suo Pinelli, l’innocente che cadde giù (Castelvecchi, pp. 152, euro 17,50).Lo guardo è obliquo, ma l’osservazione è generale. Brogi sceglie un punto di vista e una vicenda specifica per tornare a raccontare la storia infinita di quella che fu icasticamente definita la «strage di Stato»: la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura di Milano, la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969, quando era in stato di fermo perché «gravemente indiziato» di essere partecipe dell’attentato.

MA DALLA MORTE di Pinelli, lo sguardo subito si allarga alle cause della impunità della strage. Nella minuziosa ricostruzione delle carte e delle testimonianze sulla morte dell’anarchico milanese, si affacciano fin da subito azioni e attori dei depistaggi che hanno lasciato la strage orfana di responsabilità penali e politiche. All’indomani della strage («la sera stessa», dice beffardamente qualcuno di loro), la Questura di Milano era occupata dagli agenti dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno.

EPPURE, nelle indagini sulla morte di Pinelli, la loro presenza non è neanche registrata. Si muovono come ombre in quelle stesse stanze in cui decine di fermati vengono trattenuti e interrogati. Fantasmi che torneranno alla luce solo negli ultimi svolgimenti delle indagini su Piazza Fontana e dintorni, ma mai messi in relazione a quelle ore in cui «l’innocente cadde giù». Eppure, gli uomini degli Affari riservati non furono estranei alla pista anarchica, al grande depistaggio che vide vittime prima Pinelli e poi Pietro Valpreda, a lungo il nemico perfetto cui attribuire le responsabilità di una strage che invece era stata voluta, eseguita e coperta a destra, da gruppi neofascisti e apparati deviati. Anzi, ne furono gli attori più solerti e consapevoli. Ma in quelle ore, era come se non ci fossero.

IL LAVORO di Brogi si avvale, in particolare, della desecretazione di documenti riservati fino alla direttiva Renzi del 2014. Tra le altre cose, dalla seconda inchiesta sulla morte di Pinelli – quella svolta da Gerardo D’Ambrosio e che si concluderà con la fantasiosa tesi del «malore attivo», che avrebbe fatto cadere Pinelli dall’altra parte della finestra, nella stanza in cui si trovava al termine della lettura del verbale dell’interrogatorio – emerge un graffio su un dito di una mano del brigadiere Panessa, il più prossimo a Pinelli nel momento del «malore attivo», di cui egli stesso si era dimenticato per due anni e della cui rilevanza, comunque, nessuno gli ha mai chiesto conto.

BUCHI, incongruenze, incoerenze che hanno segnato i due iter giudiziari, quello per la responsabilità della strage e quello per la morte di Pinelli.

IL RACCONTO di Brogi si avvale, infine, delle testimonianze delle figlie di Pinelli, Claudia e Silvia, che all’epoca avevano 8 e 9 anni e che si porteranno dietro per tutta la vita, non solo l’improvvisa e inspiegata perdita del padre, ma anche l’essere state sue figlie, motivo di curiosità e di solidarietà nelle scuole e nella Milano degli Settanta, responsabilità di una memoria da quando la madre Licia ne ha passato loro il testimone.«In questi anni – scrive Claudia al padre – ci sei sempre stato e hai permesso incontri, sguardi, condivisioni … Molta strada è ancora da percorrere… ma resisteremo a queste ondate di xenofobia e razzismo… e continueremo a credere che un mondo nuovo… è possibile».

Sorgente: Morte di un anarchico milanese, cinquant’anni dopo | il manifesto

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