Boris Vian

Boris Vian è nato in Francia a Ville d’Avray nel 1920 ed è stato un ingegnere, scrittore, poeta e musicista francese. Appassionato di jazz suonava la tromba ed era amico di Duke Ellington e di Miles Davis. Malato di cuore fin dalla nascita, morì di infarto ad appena 39 anni.

E’ noto soprattutto per la sua canzone “Le déserteur”, scritta durante la guerra d’Algeria nel 1954 ed interpretata da diversi artisti internazionali.

Disse di se:

“Sono nato, casualmente, il dieci marzo 1920 sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite. Mia madre era rimasta incinta non ricordo se per via delle opere o proprio per opera di Paul Claudel (da quel tempo non lo reggo e non lo leggo), comunque la mamma era al tredicesimo mese e non poteva certo aspettare il concordato. Un prete, un sant’uomo che passava di lì, mi raccolse e immediatamente mi riposò: in effetti pesavo un casino!! (è da allora che soffro della mia ben nota aspersoriofobia). Fortunatamente una lupa affamata, che aveva appena dato la luce a Pierre Hervé (ho, quindi, esattamente la sua stessa età, cosa in perfetto accordo con le teorie di Einstein relative alla simultaneità) la lupa mi prese sotto la sua protezione e mi diede qualcosa da bere. Crescevo in forza e saggezza ma rimanevo molto brutto benché adornato da un sistema pilifero discontinuo, ma sempre molto, molto sviluppato. Infatti avevo la testa della Vittoria di Samotracia. A sette anni, entrai alla Scuola Centrale e ne uscii tre anni più tardi, nel 1942 completamente fuori di testa per l’idrodinamica del corso del sig. Bergeron.

Certo allora non prevedevo che dodici anni dopo, nel 1946…

Ma non anticipiamo i fatti.

Nel 1938 cominciai a studiare la trombetta a rosolio e immediatamente raggiunsi il livello di Armstrong, la mollai subito per non privare il poveretto della pagnotta: a causa dei soliti pregiudizi razziali ero avvantaggiato, la mia pigmentazione verde offriva un effetto piacevole.

Poi, tutt’a un tratto, la mia fisionomia prese a trasformarsi e mi misi ad assomigliare a Boris Vian, da ciò il mio nome.

Senza entrare nei dettagli, vi segnalo che in un’epoca indeterminata della mia vita sono stato tre anni e mezzo rinchiuso all’Associazione Francese di Normalizzazione, distrutta, in seguito, da un incendio provocato dalle cure di Jacques Lemarchand, nascosto tra due parentesi.

Raimond Queneau mi incontrò mentre pescavo con la lenza, sport che per altro non pratico, e sedotto dal mio drive mi propose una battuta di caccia. Cosa che feci. Il resto appartiene alla storia. Sono un metro e ottantasei a piedi nudi e peso molto e metto al primo posto le opere di Alfred Jarry, la fornicazione, Un Rude Hiver e la mia beneamata sposa. Non dimentico, anche se vengono dopo: la musica di New Orleans, Dube Ellington, Lana Turner, Ann Sheridan, le sinfonie del Commodoro W. Spotlight per doppia campana e petroletta d’armonia, la pittura a olio che pratico con felicità rara, i baffoni del mio venerato Jean Rostand. Le ragazze dei Jazz-Club universitari (soprattutto quella bionda col vestito verde… va beh, lasciamo stare). Mi piace anche il Two-Beat (e questa non è un’allusione sessuale) e anche la Mere Chaput. Detesto Paul Claudel (l’ho già detto, ma è piacevole ripeterlo ed è per questo che non ho mai letto nulla di suo), aborrisco anche le Grand Meaulnes, Alain (non mio fratello, che è un tipo completamente fuori), Peguy, il violoncello jazz come lo suonano i francesi, le opere di immaginazione, le bugie, gli apparecchi di piccolo formato, Ivan il Terribile, Leonard Father, Edgar Jackson, Le Dictateur, Dumont d’Urville (esagero. In fondo non me ne frega niente di lui). Odio anche: Monseigneur Suhard e il papa. Barbotin, mi piace molto. Invece non mi piace il davanti piatto (questo nelle donne), poi l’invidia e la merda salvo quando son ben preparate. Inoltre sto cercando un appartamento di cinque stanze con tutti i confort. Ho avuto una vita movimentata ma sono pronto a ricominciare!!!”

Le Deserteur (1954)

In piena facoltà, Egregio Presidente, le scrivo la presente che spero leggerà.
La cartolina qui mi dice terra terra di andare a far la guerra quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui, Egregio Presidente, per ammazzar la gente più o meno come me.
Io non ce l’ho con Lei, sia detto per inciso, ma sento che ho deciso e che diserterò.
Ho avuto solo guai da quando sono nato e i figli che ho allevato han pianto insieme a me.
Ma mamma e mio papà ormai son sotto terra e a loro della guerra non gliene fregherà.
Quand’ero in prigionia qualcuno m’ha rubato mia moglie e il mio passato, la mia migliore età.
Domani mi alzerò e chiuderò la porta sulla stagione morta e mi incamminerò.
Vivrò di carità sulle strade di Spagna, di Francia e di Bretagna e a tutti griderò
di non partire più e di non obbedire per andare a morire per non importa chi.
Per cui se servirà del sangue ad ogni costo, andate a dare il vostro, se vi divertirà.
E dica pure ai suoi, se vengono a cercarmi, che possono spararmi, io armi non ne ho.

Il primo ad interpretarla in italiano fu Luigi Tenco che la intitolò “Padroni della terra” mentre cliccando su questo link potete ascoltarne la versione di Ivano Fossati.

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