Il problema Tibetano

Non mi considero certo filocinese. Non mi sembra di poter leggere quella cinese come un’esperienza riuscita o che io possa condividere. Lo sfruttamento, la limitazione delle libertà e la collocazione che la Cina va sempre più radicando nel capitalismo mondiale sono un chiaro simbolo di ciò che non apprezzo.
Trovo però la questione Tibetana particolarmente inquietante. Sarà forse che ho sempre avuto notevoli diffidenze verso la Teocrazia, nostrana e non.
Quella Tibetana è stata nella storia una delle più accreditate espressioni di servaggio feudale. Il potere era nelle mani del 5% della popolazione mentre il restante 95% era composto da servi e schiavi. Sin dalla nascita erano “proprietà” di quel 5% rappresentato dalle tre classi dominanti: governo, monasteri e nobili tibetani. I servi potevano essere venduti, scambiati ed i loro padroni avevano su di loro diritto di vita e di morte. I Codici tibetani, utilizzati fino alla fine degli anni ’50 ,prevedevano addirittura un “calmiere” che declinava i prezzi delle varie categorie sociali.
Dal 1959, seppure in esilio, il Dalai Lama continua a conservare il potere assoluto nelle decisioni finali legate a tutte le questioni importanti.
Quindi, senza voler in alcun modo giustificare gli attacchi ai diritti umani, farei molta attenzione a considerare il governo tibetano come un simbolo di democrazia.
Bisognerebbe invece considerare quanto utile sia agli Stati Uniti e alla CIA una presenza destabilizzante per la Cina quale quella del Tibet. Almeno quanto quella di Israele nel mondo arabo. Dinamiche alle quali, in ambito internazionale, siamo ben abituati.
Ma dopo lo sconcio del Premio Nobel per la Pace ad Obama (che non mi sembra abbia fino ad oggi fatto alcunché per il suo raggiungimento) da spettatori idioti potremmo anche avallare questa nuova proposta.
Continuo a pensare che tale riconoscimento dovrebbe essere destinato a chi fattivamente si adopera per la Pace e per l’Umanità, e non a coloro che direttamente o da fedeli vassalli si adoperano per l’affermazione del potere proprio o altrui.

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